PALMA STUDIO

DIRITTO D’IMPRESA · MERCATI INTERNAZIONALI

Marketplace e marchi: il rivenditore deve provare l’origine delle singole unità

La High Court inglese ha accertato che cinque cuffie acquistate su Amazon UK erano contraffatte e ha escluso che il rivenditore avesse provato l’esaurimento del marchio. Per invocare la rivendita lecita non basta mostrare che prodotti autentici circolano sul mercato: occorre ricostruire la provenienza delle unità contestate e il consenso del titolare.

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Il 30 ottobre 2026 l’Intellectual Property Enterprise Court della High Court ha deciso Marshall Group AB e Marshall Amplification plc v OWGH Ltd, [2026] EWHC 2753 (IPEC). Le attrici, titolari e licenziataria di marchi britannici MARSHALL, contestavano la vendita di cuffie indicate come Marshall Major V attraverso Amazon UK. La decisione riguarda cinque acquisti di prova collegati alla convenuta e applica il Trade Marks Act 1994 nell’ordinamento di Inghilterra e Galles; non è una decisione di Amazon né un provvedimento dell’Unione europea.

Il giudice ha esaminato il tracciamento degli ordini e le differenze tra gli articoli ricevuti e i prodotti autentici. I numeri seriali non risultavano nel sistema delle attrici e confezioni, materiali e componenti presentavano divergenze specifiche. Sulla base di queste prove, rimaste sostanzialmente non contestate, la Corte ha ritenuto contraffatte tutte e cinque le unità. Il fatto che la convenuta le avesse acquistate da un grossista rumeno non dimostrava, da solo, l’autenticità né l’origine autorizzata dei beni.

La questione centrale era l’esaurimento del marchio. La convenuta doveva provare che proprio i prodotti oggetto di causa fossero stati immessi sul mercato nel Regno Unito o nello Spazio economico europeo dal titolare o con il suo consenso. La sentenza ribadisce che il consenso deve essere espresso in modo inequivoco e non può essere ricavato dal semplice silenzio. L’esistenza generica di prodotti autentici acquistabili tramite rivenditori non sostituisce la prova relativa alle unità controverse.

Poiché quella prova non è stata fornita, la Corte ha accolto la domanda per violazione ai sensi della section 10(1), che riguarda l’uso di un segno identico per prodotti identici. Non è stato necessario decidere la domanda alternativa ai sensi della section 10(2); le attrici non hanno proseguito la domanda di passing off e non hanno chiesto una decisione sui legitimate reasons previsti dalla section 12(2). La pronuncia va quindi letta entro questi limiti, senza estenderla a questioni che il giudice non ha deciso.

Sul piano processuale, la convenuta non era presente all’udienza dopo il ritiro dei propri solicitors per mancato pagamento. Il giudice ha ritenuto corretto procedere e ha richiamato la possibilità di chiedere la revoca della decisione adottata in assenza ai sensi della CPR 39.3(3), se ne ricorrono i presupposti. La forma dell’ordine conseguente alla sentenza dovrà essere concordata o determinata separatamente. La fonte ufficiale consultata non documenta impugnazioni successive né consente di qualificare la decisione come definitiva.

Lettura operativa dello Studio: per chi vende prodotti di marca tramite marketplace, la due diligence sulla catena di fornitura deve consentire di collegare fatture, lotti, seriali e autorizzazioni alle singole unità offerte. Una dichiarazione generale del grossista o la presenza dello stesso modello sul mercato non colma un vuoto di tracciabilità. Nei contratti di approvvigionamento è utile disciplinare autenticità, origine territoriale, conservazione delle prove, audit, manleva e gestione immediata dei reclami; questa è una lettura operativa distinta dai fatti accertati dalla High Court e non attribuisce responsabilità a operatori diversi dalle parti del caso.

In pratica

La sentenza mostra che, nei marketplace, l’esaurimento del marchio è una difesa documentale riferita ai beni contestati: senza una filiera verificabile, il rivenditore non può affidarsi alla sola disponibilità generale di prodotti autentici. Luigi Palma · Palma Studio.

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